Solo. Solitudine. Le uniche parole che conosco. Le uniche parole a cui riesco a pensare. Le uniche che mi fanno capire che vivo nella realtà. La sento. Saprei distinguere quel suono da chilometri. E’ la sveglia. Lei, che mi riporta nella realtà dopo una notte di sogno. Dopo una notte in cui riesco, finalmente, a staccarmi dalla realtà. La sveglia segna l’inizio di una nuova giornata. L’inizio della scuola. L’inizio di tutto. Certe volte penso che sia lei la padrona di tutto. Che sciocco. Sarà meglio che mi svegli.

Ogni giorno la stessa routine. Ogni giorno a fare le stesse cose. Ogni giorno. Ho finito di prepararmi, mi incammino verso la scuola, o meglio, verso l’autobus che mi ci porterà. Saluto mio fratello, che sta ancora dormendo beato nel suo letto caldo, in questa giornata fredda. Mi avvicino alla stazione dell’autobus e aspetto. Mi guardo intorno. Vedo. Vedo sempre le stesse cose. Le stesse persone. La stessa società marcia del giorno prima. E’ arrivato l’autobus. Saluto il conducente e mi dirigo  verso un posto libero.

-          Posso sedermi?

-          Si, certo.

Ogni volta la stessa pratica, ogni volta la stessa risposta. Arrivo a scuola, saluto i miei compagni. Compagni. Che strana parola. Chissà perché si chiamano così. In fondo, io e loro non abbiamo nulla in comune, nessun legame, respiriamo solo la stessa aria. Basta questo, semplice, elemento, per definirci così? Non saprei darmi una spiegazione. O forse non la sto nemmeno cercando. Incomincia la lezione. Che sia matematica, fisica o chimica, poco importa. L’unica cosa che so per certo, è di dover stare rinchiuso in quel posto per altre sei ore. Stare sei ore con delle persone di cui non so assolutamente niente. Di cui non voglio sapere nulla. Suona l’intervallo.

-          Ehi, Valerio, hai fatto i compiti di fisica?

-          No. Sai che non li faccio mai, perché continui a domandarmelo?

-          Oh, mi dispiace. A dopo.

Come poteva saperlo? Non gliel’avevo mai detto. Io non dico mai niente a nessuno. Nessuno sa niente di me. Nessuno mi conosce. Nessuno mi conosceveramente. Nemmeno i miei genitori, mio fratello. Vivo in questo mondo da solo. E da solo vivrò. L’intervallo è giunto alla fine. Mi siedo al mio banco, in attesa del momento in cui potrò finalmente ritornare a casa. Ritornare nei miei pensieri e nella mia solitudine. E’ l’unica cosa che mi fa andare avanti. L’unico pensiero che mi permette di vivere in questo mondo. Odio questo mondo. Ogni giorno vedo solo ingiustizie, ogni giorno vedo solo violenze. Ho smesso di credere in tutto. Dio per me è solo un vago ricordo della mia infanzia. Nessuno potrà mai salvare il genere umano. Penso che sia ormai inconcepibile. Il suono della campanella segna la fine di un altro giorno di scuola. Mi incammino verso la stazione degli autobus. E’, come al solito, in ritardo. Arrabbiarsi sarebbe completamente inutile. Eccolo. Salgo su e inizio a guardare dal finestrino. Mi è sempre piaciuto. Mi da l’impressione che il tempo passi più velocemente, e io lo posso solo osservare, senza intromettermi nel suo infinito percorso. Arrivo, senza accorgermi, alla fermata in cui devo scendere. Pochi metri, e sono davanti alla porta di casa.

-          Sono arrivato.

-          Ciao Vale! Com’è andata a scuola? Tutto ok?

-          Si mamma, tutto bene.

-          Ah, bene. Dai, fra cinque minuti si mangia.

-          Ho capito.

Certe volte penso che mia madre sia una specie di robot alieno istruito a comando su cosa dire. Domande come “stai bene?” sono prive di significato. E’ solo un’usanza, un logo comune. Nessuno, in verità, vuole sapere come stai. Nessuno dirà mai “guarda, sto malissimo, non riesco a relazionarmi con gli altri e mi sento perennemente solo, come potrei risolvere la situazione?”. Sarebbe troppo complicato dare una risposta. Tutti noi ci accontentiamo di un “sto bene”, senza mai approfondire. Arrivo nella mia camera. Lascio lo zaino per terra e mi appoggio al letto. Solo, con i miei pensieri, guardo il soffitto, cercando una risposta, la mia risposta. A dire la verità, nella mia camera non sono esattamente solo. Trovo il mio cane sulla poltrona, dove l’avevo lasciato la mattina, e fa sempre la stessa cosa: dorme. Non riesco a capire come faccia. Ma deve essere bello condurre una vita in cui nessuno si aspetta nulla da te. Mi alzo dal letto. Lo prendo in braccio, e lui, ancora addormentato, incomincia a leccarmi sulla  guancia. Si dice che gli animali capiscano i sentimenti dei propri padroni. Penso che sia vero. Sento la voce di mia madre che mi chiama. Sarà meglio che vada. Pasta e sugo di pomodoro. Questo è quello che ho mangiato. Niente di complicato, come piace a me. Qualcosa di semplice, sia alla vista che al gusto. Un giorno dovrà insegnarmi a farle. Lavo il mio piatto e mi retraggo nella mia camera. Accendo il computer, e inizio a guardarmi qualche anime, cartoni giapponesi. Mi danno  l’illusione che tutto sia possibile. Ma è solo un’illusione, appunto. Penso che a volte io ne abbia bisogno, per distaccarmi dal mondo reale. Mia madre invece dice sempre che siano cose per bambini. Come si può dare un giudizio su una cosa che non si conosce? Non ho la risposta. Penso che in questi casi l’unica cosa da fare sia quella di ignorare, ignorare tutto e andare avanti. Qualcuno sta bussando alla porta. Chi potrebbe essere? Qualcuno che sarà venuto a trovare mia madre. Probabile. Decisamente. Chi mai potrebbe venire a trovare me. Io, che non ho nessuna relazione con il mondo la fuori, io che mi nascondo nella mia camera. Io che desidero solo sparire. Sento la voce di mamma che mi sta chiamando giu. Perché? Perché mai mi chiama giù?.

-          Vale, ti è arrivato un pacco.

Già. Un pacco. Cos’altro poteva essere? Lo prendo e salgo su in camera. Non aspettavo nessun pacco. Non aspettavo nulla. Lo apro con  una curiosità insolita. Dentro c’era della carta per la stampante e un biglietto.

Cosa ti aspettavi?

Questo era quello che c’era scritto. Non avevo nessuna idea di cosa significasse. Per una qualche ragione però mi fece uno strano effetto. Io non mi aspetto nulla. Sarà uno stupido scherzo. Già.  Sento mio fratello che, dalla sua camera, mi chiama.

-          Vale, mi dai una mano con i compiti?

-          Si… vediamo. Matematica. Non sono mai stato bravo con i numeri, comunque…

-          Grazie Vale!

Mio fratello. Un personaggio strano. Fa ancora le scuole elementari ma è molto più sveglio di quanto dovrebbe essere. Assomiglia molto a mio padre. Ha grandi aspettative dalla vita e un sacco di amici. Non ci assomigliamo per niente. Certe volte penso che lui sia il contrario di me. Ognuno nasce con il proprio carattere immagino. Nostro padre è morto quando avevo 8 anni, mio fratello a quei tempi era ancora piccolo e si ricorda molto poco di lui. E’ morto a causa di una pallottola. A quei tempi la mia famiglia aveva un piccolo negozio di fiori. Un malvivente si avvicino a lui e gli sparò, nel tentativo di derubarlo. Cosa mai poteva guadagnare un fioraio? E’ incredibile come  sia facile togliere la vita a un qualsiasi essere. Da allora noi tre viviamo da soli, in un piccolo appartamento. Mia madre fa di tutto per noi, per darci cosa abbiamo bisogno. Penso che la mia visione del mondo sia cambiata radicalmente in quel giorno. Come una freccia che ti trapassa il cuore e ti lascia una cicatrice per tutta la vita. Per fortuna oggi è stato l’ultimo giorno di scuola. Posso finalmente rilassarmi. Mi riavvicino al letto, cercando il conforto del mio morbido amico. Amico. Ogni volta che sento questa parola mi viene da ridere. Mi fa ridere il modo in cui le persone usino le parole senza nemmeno sapere il significato dietro di esse. Amico. E’ buffo pensare che nella mia, relativamente breve, vita, non abbia ancora trovato nessuno da definire con quel termine. Molte volte ho pensato che sia colpa mia, una mia mancanza. La verità è che, io non piaccio alle persone e loro non piacciono a me. Io riesco a vedere un mondo che tutti loro ignorano. Un mondo che vorrei cambiare con tutte le forze del mio corpo. Un mondo governato da balordi, dai soldi, da false aspettative. Inutile. E’ davvero inutile sprecarci anche solo un singolo secondo. Cosa potrei  fare io per cambiarlo?  Nulla. Non posso fare nulla. Forse riesco ad addormentarmi se la smetto di pensare. Si, forse è così…

Hai ricevuto il mio pacco vero? Forse non era quello che ti aspettavi. Dico bene? E’ ancora troppo presto. Arriverà il tuo momento, te lo prometto. Aspetta e sarai ricompensato con qualcosa che ti aiuterà a risolvere i tuoi conflitti. Tutti i conflitti. Devi solo aspettare. Al prossimo sogno, Hiard.

Cosa diavolo è successo? Perché sono tutto sudato? E’ stato solo un sogno? Si, un sogno. Cosa potrebbe significare quel messaggio? E quella voce? Non l’avevo mai sentita. Una voce femminile. Strano. L’arrivo di quel pacco, quel messaggio, perché mi tormenta tanto da farmelo rivedere in sogno? E cosa significa Hiard? Non è da me dare tanta importanza a un sogno. Sarà meglio che vada a farmi una doccia, odio quest’odore. Il suono dell’acqua che si posa sulla mia pelle è inconfondibile. E’ come se mi ripulisse di tutti i miei problemi, dei miei pensieri, della mia tristezza, della rabbia. Vorrei tanto che questa sensazione non svanisca così in fretta. Immagino che stanotte non potrò più chiudere occhio, tanto vale portare Rino a fare una passeggiata. Rino, il mio cane. L’unico che non mi guarda con occhi diversi. L’unico che riesce a guardarmi in faccia esprimendo gioia da tutti i pori. Rino, l’unico che sa chi sono veramente. L’abbiamo preso nello stesso anno in cui papà mori. Mi piace pensare che esso viva ancora in Rino. Che illusione.

Prendo le chiavi, il guinzaglio ed esco. Era già notte inoltrata, chissà quanto ho dormito. Il cielo era sereno, limpido, si vedevano chiaramente le infinite stelle dello spazio. Si vedeva anche lei, ovviamente. Una splendida luna piena che mi illuminava la strada con una luce fiocca, meno potente di quella del suo avversario, il sole. Il vento si poggiava caldamente sulla mia pelle, senza essere di troppo. Lo sentivo, quando abbracciava il mio collo, le mani. Era piacevole. Qualcosa mi sta tirando indietro. Rino. Aveva finito i suoi affari e voleva ritornare in casa. Come dargli torto? Doveva recuperare i preziosi minuti di sonno persi. Mi avvicino alla porta di casa e la apro. Vedo mio fratello mentre gioca, spensierato, a un videogioco. Mia madre stava leggendo un libro sdraiata sul suo letto. Era difficile, per me, trovare qualcosa da fare quando non andavo a scuola. Sarà meglio anticipare qualche compito, pensai, ma nemmeno quelli mi tennero occupato per il tempo che avrei desiderato. Vista la tarda ora, cercai di addormentarmi e pensare domani a cosa farò.

La notte passo più in fretta di quanto avessi pensato. Questa volta, per fortuna, senza nessun tipo di sogno. Non ho ancora decifrato il primo. Apro la porta del bagno e inizio la solita routine. Appena finito, vado in cucina e mi accorgo che mia madre non era sola. Un uomo, probabilmente sulla quarantina, le stava parlando. Aveva i capelli di un nero intenso, corti. Gli occhi piccoli, troppo piccoli proporzionati al resto del volto. Stavano discutendo sulla vendita di un possibile quadro, da quanto avevo capito. Mia madre era un’artista. Dipingeva. Era questo il suo lavoro. Solitamente non lo fa a casa, non avrebbe lo spazio necessario, ma qualche volta, per non lasciarci soli, dipinge anche qui. Non avevo mai capito appieno il significato dei suoi quadri, probabilmente perché non ero uno che se ne intendeva e non mi sforzavo nemmeno troppo per capirli. Sapevo solo che erano l’unico mezzo di sostentamento che avevamo e a me bastava. Li lasciai discutere e mi diressi verso la mia camera. Non avevo ancora trovato un’attività con qui occupare il mio tempo. Mi sedetti sulla poltrona, non appena riuscii a togliere Rino da essa. Incredibile quanto potesse pesare. Presi un libro dallo scafale, sopra al letto e iniziai a leggerne le prime pagine. Non ne avevo ancora trovato uno che mi colpisse più di tanto, ma non mi arrendevo e intanto il tempo passava. Passa sempre più in fretta, quando leggi, o almeno, a me sembra così. Il resto di quella domenica trascorse in fretta, assecondando il mio desiderio. L’inizio di una nuova settimana di scuola non era esattamente ciò che desideravo, ma mi teneva la mente occupata. Quella notte ebbi di nuovo un sogno, niente a che vedere con quello dell’altra sera.

Mi trovavo in un luogo deserto, penso che fosse proprio il deserto. Era estremamente somigliante a quelle costruzioni naturali… i canyon, non saprei dirlo però con certezza. Io mi trovavo in alto, probabilmente sul punto più alto di quell’imponente struttura rocciosa che la natura ha generato. Guardando sotto, notavo il vuoto, il nulla, l’oscurità. In alto invece c’era uno splendido cielo sereno, uno dei più belli che io abbia mai visto in vita mia, dava proprio una sensazione di purezza e tranquillità. All’improvviso sentì un suono. Sentivo che non era nulla di buono. Una specie di crepa, di roccia che si stava frantumando. Ben presto notai scendere dal nulla dei quadrati, assomigliavano molto a delle televisioni, solo che non trasmettevano nessun programma televisivo noto. O almeno, il programma era  noto solo a me.  In ognuno di quei piccoli televisori vedevo me, in vari frangenti della mia breve vita. Stavano trasmettendo tutte le mie paure, le mie insicurezze, i miei problemi. Con il loro peso stavano demolendo l’imponente struttura rocciosa. Avevo, o meglio, sentivo di avere due possibili scelte. Saltare nel vuoto, prima che la struttura crollasse, senza sapere cosa aspettarmi, la sotto. Oppure, aspettare che siano i miei problemi, le mie insicurezze a buttarmi giù. Nel momento più intenso, quando la roccia stava per frantumarsi sotto i miei piedi, mi svegliai. Tutto grazie alla mitica sveglia, che non perde colpi. Peccato, avrei voluto sapere, cosa avrei scelto. Il sogno era stracolmo di metafore che capivo benissimo. Il mio corpo, la mente, cercava aiuto, di avvertirmi, probabilmente avevo raggiunto il limite senza nemmeno accorgermene.

Mi lavai la faccia, presi i primi vestiti che trovai e corsi verso la stazione degli autobus. Ad aspettarmi c’era una mattinata non proprio piacevole. Il lunedì non era quello che potevo definire come giorno leggero. Una volta arrivato a scuola, dopo aver fatto i 77 scalini per arrivare alla mia classe, mi sedetti al mio posto, con il solito cuore che batteva, probabilmente dovuto alla fatica a cui non ero ancora abituato. I miei compagni arrivarono ben presto e con essi anche la mia insegnante di italiano. Quella mattina avremmo letto qualche pagina di un noto autore, di cui io sapevo praticamente tutto. E’ uno dei pochi uomini che stimo, che mi ha fatto capire di non essere solo, che prima di me c’è stato già qualcuno che c’è passato. Secondo lui gli uomini avevano tante maschere quante le persone che essi conoscessero. Come dargli torto? Io stesso porto una maschera da anni ormai. I miei compagni di classe pensano che io sia quello che loro vedono ogni giorno, a scuola. Il ragazzo allegro, che non fa i compiti perché maledettamente svogliato, ma che miracolosamente se la cavava sempre. Beh, in fondo si sono costruiti loro questa maschera. Io li assecondo soltanto. Non potrebbero mai capire me, quello vero. Non capirebbero mai le mie idee, le mie parole, i miei gesti. La società non è ancora pronta per accogliere una persona come me, e non credo che lo sarà mai, non finché resterò in vita io, almeno. Dopotutto penso sia più facile, per tutti. Io mi evito tutte le complicazioni, i psicologi e loro si evitano un bel spavento. Dopotutto nemmeno mia madre o mio fratello sanno della mia condizione e a me sta bene così. A volte mi meraviglio di quanto sia bravo a fingere. Fingere emozioni che minimamente provo, nascondere il dolore che mi porto dietro. Spero, inconsciamente, che un giorno qualcuno si accorgerà di me e mi toglierà la maschera, dimostrandomi che non tutto è marcio come pensavo. Probabilmente però anche questa è una futile illusione che il mio cervello vuole mostrarmi, per cercare, in qualche modo, di placare la mia sofferenza.

Un urlo dell’insegnante mi riportò nel mondo reale, la mia classe non era tra le più tranquille, quasi lo dimenticavo. Alla fine dell’ora la professoressa annuncia l’arrivo di una nuova alunna in classe. Mi colpì molto quella parola. La mia scuola non era proprio sommersa dalle ragazze e quell’annuncio mi strappò un sorriso. Si diceva che le ragazze, il genere femminile, in generale, maturasse più in fretta di quello maschile. Come non confermare quella diceria? I miei compagni di classe ne erano l’esempio lampante. Ovviamente io ero l’eccezione alla regola. Se fossi stato valutato mentalmente da un esperto avrebbe detto che, di mente, sono più un venticinquenne che un sedicenne. Io sono convinto che non abbia età, la mia mente almeno. Di corpo, in effetti, ero un sedicenne. Quella notizia però mi rallegro, per qualche strana ragione. Mi veniva più facile parlare con una ragazza, o meglio, alla mia maschera era più facile. Rimango dell’idea che le ragazze siano più comprensive dei ragazzi, almeno nel mio caso. In classe ne avevo solo una, di ragazza, impegnata sempre però con il suo fidanzato e quindi non ci parlavamo granché. Ero curioso. Aspettavo impaziente la terza ora, un’impazienza che mi fece sorprendere di me stesso. L’insegnante aveva detto che sarebbe arrivata a quell’ora. Sapevo solo una cosa, di lei. Alice. Questo era, il suo nome.

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3 Risposte

  1. Caro mio, tu sei impressionante! Mi hai quasi fatto uscire una lacrima! Mi rispecchio in te, in effetti i miei compagni mi vedono felice, scherzoso e non sanno quello che provo veramente, le mie emozioni, i miei stati d’animo e ciò che penso. Condivido perfettamente il tuo pensiero. E come dice Pirandello ;) la società ha una maschera, e sembriamo tutti uguali, pronti a ricominciare a fare le stesse identiche cose..la famosa routine :D
    Non ti scoraggiare come feci io, vai avanti e stringi nuove amicizie, sopratutto con le ragazze e vedrai che ti sentirai meglio! Comincia a uscire magari con i tuoi amici di scuola!
    Non sono di certo uno psicologo xD però alcuni consigli te li posso dare!

    A presto!

  2. Ciao Sebastiano e grazie per essere passato di qui :) Scusa anche la risposta “tardiva”, non guardo spesso queste pagine :P Comunque, beh, sono contento che tu abbia capito il mio disagio ^^ Al momento lo sto “superando” grazie alla mia fidanzata :) . Spero vada di bene in meglio… A presto e grazie ancora per essere passato :)

  3. [...] Ora, personalmente il problema della solitudine l’ho attenuato mediante l’uso di maschere, nascondendo a me stesso la verità, come del resto dico anche nel mio racconto. [...]

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